Gli influencer, i marchettoni e la legge

Nel 2015, quando ancora il termine “influencer” non era sulla bocca di tutti, si parlava semplicemente di blogger e dei loro post prezzolati a favore di diverse aziende. Speravo anch’io di poterne fare e avevo fatto un pubblico annuncio per vendermi al miglior offerente. Ovviamente nessuno ha risposto.

Ora giro su Twitter e Instagram ed è un fiorire di questi soggetti, che propongo, spesso, gli articoli più disparati.

Il problema, ben espresso nell’articolo di wired di cui vi metto il link, è semplice: come distinguere un blogger/influencer che esprime la propria opinione da un post (a vario titolo) pagato,  più simile ad una pubblicità che ad una recensione? Semplice. Allo stato attuale non si può.

Certi post dovrebbero essere accompagnati, come sulla carta stampata, di una segnalazione che il post è promozionale. Con buona pace di quelle piattaforme che reclutano soggetti per fare marchettoni, specificando che parlando di un dato prodotto, non si debba fare riferimento alla campagna promozionale alla quale si partecipa.

Sorgente: Gli influencer e la pubblicità: viaggio nella giungla del non detto – Wired

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Pubblicato il 20 luglio 2017, in Giorno Marmotta con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 8 commenti.

  1. Sinceramente penso di questa gente ciò che già pensavo nel 2015: ecchisseneffrega!
    Mi fa specie che ci siano persone pronte ad indossare la stessa polo della Lucarelli/Ferragni solo per potersene vantarsene. Davvero la nostra esistenza è tanto vuota da trovare conforto nel tentativo di emulazione?

    Pensa al “perché” della nuova norma: molti influencer passavano passare per scelte personali quelli che invece erano capi sponsorizzati. C’era (c’è) molta ipocrisia in questa manifestazione e utilizzo dei social-media.

    • Non c’entra il “vantare”. Sono cose che ti danno gratis purchè tu ne parli. Altri siti, di cui non faccio i nomi, ti pagano (poco, ma magari spesso) per fare post con determinate caratteristiche. Non è apparire, non c’è ipocrisia, è puro business.

      • è business se lo certifichi. Per anni gli infl. si sono fatti fotografare con vestiti o orologi, spacciando per vita quotidiana quelli che erano post-pubblicitari.

      • sono sempre (tranne forse gli inizi di ognuno) stati post pubblicitari. In un altro settore che conoscono bene, il software videoludico, gli youtuber si ergevano a baluardo dei consumatori, perchè loro giocavano a quello che volevano e ne parlavano, non come i siti professionali, prezzolati (con la pubblicità) dalle software house. Sorpresa: i siti professionali sono (più) obiettivi appunto perchè lo fanno di professione, gli youtuber sono profumatamente pagati.

      • Sì immaginavo. Seguo i gamer (o chi vive di cover) da diversi anni, ed è palese che ci sia uno sponsor dietro certi “opening”.
        Mi sono espresso male comunque. Volevo affermare che è giusto che ora si certifichi il fatto che si tratti di post pubblicitari. Poi per chi ha sempre seguito certe faccende, è sempre apparso chiaro che ci siano sponsorizzazioni dietro.
        Suono la chitarra, dunque il ragazzino di turno che improvvisamente si appassiona a una chitarra slovacca dopo una vita di video in Stratocaster, non mi “convince” 🙂

      • (riguardo i siti professionali: mesi fa è esploso un casino proprio perché un sito professionale non ha dato un 10 al gioco Zelda, rovinando la media… e questo forse la dice lunga sugli youtuber ;))

      • Bhè so di software house che hanno rimosso campagne pubblicitarie perchè scontente di un voto… 😀 Orgoglioso di aver sempre scritto per riviste e siti seri.

      • Si vede che sei serio 🙂
        Senza le riviste professionali la nostra generazione non avrebbe creato né i propri nerd, né gli hipster. Grave perdita 😉

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