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Confessioni di un pokerista geneticamente perdente (1a parte)
No, questo non vuol essere un post sul fatto che al poker sono sfigato. Tutt’altro. E’ il primo di due post strettamente collegati, in cui faccio una disamina sul mio rapporto col poker e col poker online in particolar modo.
Per me il Texas Hold’em nasce e ha ragione d’essere live. L’online l’ho sempre vissuta come un’appendice secondaria e non fondamentale. So di essere forse in minoranza a pensarla così. Leggo interviste di “famosi” pokeristi online che dicono che non giocherebbero mai live. Bah…facciano come vogliono ma se la pensano così è perchè come giocatori non sono completi. Il poker, senza la componente umana e psicologica che inevitabilmente si puo’ vivere pienamente solo live, è uno sport monco.
Detto cio’, sappiamo che in Italia non si puo’ più giocare nei circoli e così mi sono ridotto a giocare online. Però io geneticamente gioco in perdita, non perchè non sappia giocare (ok, non sono Gus Hansen ma non sono neppure l’ultimo dei donk) ma perché per le motivazioni di cui sopra, io tendo a giocare i sat per i grandi eventi nei casinò. Quindi quel poco che investo, è destinato quasi sicuramente a essere perso, almeno fino al giorno in cui vincerò un pacchetto premio per un grande evento.
Mi va bene così. I miei pochi spicci mi piace perderli in questo modo. Del resto non mi ipoteco certo la casa. Credo di non spendere neppure l’equivalente di una birretta a settimana. La valutazione numerica del mio gioco sarà comunque argomento della seconda parte.
Altri amici invece giocano piccoli tavoli e piccoli tornei, galleggiando o vincendo qualcosina. Per un po’ l’ho fatto pure io ma, onestamente, non mi diverte particolarmente.
Per questo dico che, geneticamente, sono un giocatore che tenderà sempre a perdere. Quel poco che è disposto a giocare ma pur sempre a perdere.
Talento e Pazienza: nel Texas hold’em ci vogliono entrambi. Li ho?
Talento e pazienza. Leggevo un interessante articolo su Luca Pagano e sul fatto che nel Texas Hold’em ci voglia talento e pazienza, anche se molti credano che serve solo fortuna. La pazienza poi dev’essere, aggiungo io, di breve e di lungo periodo. Di breve periodo ti consente di non dare di cranio durante un torneo, di lungo periodo ti consente di andare avanti anche se i risultati non arrivano. Riassumendo: talento, pazienza a breve, pazienza a lungo. Sarà un periodo un po’ così ma inizio a dubitare di tutti e tre. Talento ne ho sempre avuto poco ma quantomeno ho avuto dei buoni insegnanti e io credo di essere un buon studente. Ho avuto la fortuna d’imparare prima che l’online diventasse moda e quindi anche i tornei live erano ben frequentati e abbordabili. Non ho mai vinto niente ma penso di “saper giocare”. La legge liberticida italiana, che ha bloccato i club seri ma fatto il solletico alle bische, ha tragicamente bloccato la mia attività live e ora mi rendo conto che due anni fa giocavo molto meglio. Di talento forse ne ho sempre avuto poco ma se non altro ero ben allenato. La pazienza… quella breve so capire i momenti in cui la ho, se sento di non averla ho ancora la lucidità di non giocare. Quella a lungo… bè se avessi velleità di diventare “un grande” l’avrei già persa. Però per me il poker è un divertimento e come tale lo prendo, buttandoci dentro quei pochi euro al mese (fidatevi, sono davvero pochi, ci sono mesi che gioco solo i freeroll). In tutto ciò, in questo strambo agosto solitario, sto giocando un po’ e devo dire che la fortuna non è che mi sorrida. Forse, come tutti i giocatori, ricordo solo le mani perse partendo sopra e non quelle vinte partendo sotto 🙂
