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Perché, come dice Nick Hornby, non scegliamo nè la donna che amiamo nè la squadra per la quale tifiamo. Auguri Cremo.
Uno si sforza di creare contenuti… e poi…
Anche se ai più non sembrerà, per il mio blog mi sforzo di creare contenuti che possano risultare interessanti. Ok, spesso lo sono prettamente per me o per “quelli come me”, ma lo sforzo c’è.
E poi…
E poi uno condivide uno di quei quiz logico matematici che girano su Facebook e la propria bacheca si popola di commenti come mai in tutti gli ultimi sei mesi messi assieme.
E poi uno azzecca un hashtag in un titolo di un post e un discreto numero di utenti Twitter (che genera pochissimo traffico al blog, nonostante ogni post sia condiviso) si accorge di me.
Mah…
La dura legge dell’obbligo
In Italia si capisce solo la legge dell’obbligo. Per far vaccinare i bambini si mette l’obbligo, per combattere l’evasione fiscale si limita l’uso del contante, per far pagare il biglietto si intensificano le ronde.
Benvenga, dico io. Perchè chi rispetta le regole, di tutte queste cose non ha nulla di che preoccuparsi.
Proprio l’altra sera, scendendo alla mia fermata di casa, Pero, notavo dei soggetti (non esplicitamente riconoscibili come controllori) accanto ai tornelli d’uscita. Poco dopo ho letto, con grande soddisfazione, l’articolo che segue. Peccato che si debba sempre ricorrere a queste cose per far rispettare quello che dovrebbe essere la prassi della legalità e del senso civico.
Sorgente: Milano, ronde di security e vigili: partono le pattuglie miste sulle «linee nere» Atm – Corriere.it
Devo rassegnarmi agli #hashtag nei titoli?
Altro che tag negli attributi del post. Oggi ho fatto un post con un hashtag nel titolo. Il risultato è un’impennata delle visite da twitter (dove, comunque, i miei post sono sempre condivisi). Devo quindi rassegnarmi, per avere visibilità, alla stortura dell’hashtag?
Potrebbe essere un gabello al quale potrei anche decidere di soggiacere.
Burioni da #epcc
Ho recuperato, con interesse, la puntata di E Poi C’è Cattelan che vedeva ospite il prof. Burioni. Se leggete un po’ il mio blog, sapete che sono decisamente provax. La curiosità verso questa puntata era però più che altro finalizzata a vedere come un conduttore normalmente “leggero”, nel senso buono del termine, avrebbe gestito un’argomento del genere. Devo dire che sono rimasto piacevolmente stupito da come lui (e la sua redazione) hanno gestito la cosa. Il passaggio fondamentale per me è stato quando, scusate se le parole non saranno proprio quelle precise, Cattelan ha detto “qualcuno ci obietterà che non proponiamo contraddittorio con chi la pensa diversamente. Qui però si tratta di scienza, non di opinioni e noi diamo spazio alla scienza”. Ok, potevo guardare con tranquillità il resto della trasmissione.
Sono abitudinario
Luglio 1996. Fu un periodo piuttosto campale per me. Feci un corso di inline hockey (cosa che, nella mia condizione, era abbastanza estrema). Mi apprestavo a fare la mia prima vacanza oltreoceano. Soprattutto (ai fini di questo post) cambiavo parrucchiere e pettinatura.
Da allora nulla è cambiato. Fino a ieri. Nell’ottica dell’efficienza, ho tradito il mio storico parrucchiere a favore del barber shop dove, da un po’, mi faccio curare la barba. Efficienza, dicevo: in ottica matrimonio, meglio avere uno che mi facesse sia barba che capelli. Ammetto, ero un mix di agitazione e sensazione di “tradire” qualcuno.
Alla fine è andata bene e sono soddisfatto della scelta.
Ovviamente la pettinatura è rimasta la stessa, mica vorrete troppi sconvolgimenti in una volta sola? Ma soprattutto… cosa volete che faccia coi quattro peli che ho in testa!
C’era una volta Pappamondo
Una volta ero un assiduo acquirente del volumetto Pappamondo. Si trattava di guida ai ristoranti etnici di Milano, veniva pubblicato con cadenza annuale. Era la mia base per provare, con gli amici, qualche etnico diverso dal solito. L’altro giorno sono passato davanti ad un ristorante uzbeko in viale Farini e mi sono chiesto: ok tripadvisor ma come li scopro posto del genere se qualcuno non fa selezione? Ho così scoperto che, a quanto pare, Pappamondo non esce dal 2015. Un vero peccato.
Machacafè

Nel mio peregrinare attorno al Tribunale di Milano, ho trovato un nuovo posto dove passare la pausa pranzo: il Macha Cafè.
Nel panorama (ampissimo) dei ristoranti e locali giapponesi a Milano, è qualcosa che si stacca un po’ dai canoni classici. Intanto è gestito da italiani e non presenta il solito sushi. Tutto, o quasi, ruota attorno al the macha, una specialità nipponica. La troviamo nel classico the caldo, in quello freddo ma anche nel cappuccino o nei dolci.
Per il resto alcuni piatti nipponici rivisitati, come le scodelle di chirashi e le tartare. Il tutto in un ambiente molto luminoso e moderno.
Prezzi “milanesi” (difficilmente si va sotto i 20 euro) ma qualche volta ce lo si può anche concedere a pranzo.
